Avvocati di enti pubblici: i requisiti per l’iscrizione all’elenco speciale dell’albo professionale.

L’iscrizione nell’Elenco Speciale annesso all’Albo, nei limiti consentiti dall’art. 3 del R.D.L. n. 1578/1933 (ora, 18 L. n. 247/2012), presuppone il concorso di tre elementi imprescindibili:

(i) deve esistere, nell’ambito strutturale dell’ente pubblico, un ufficio legale che costituisca un’unità organica autonoma;

(ii) colui che richiede l’iscrizione – in possesso, ovviamente, del titolo abilitativo all’esercizio professionale (condictio facti soggettiva) – faccia parte dell’ufficio legale e sia incaricato di svolgervi tale attività professionale, limitatamente alle cause ed agli affari propri dell’ente; infine,

(iii) la destinazione del dipendente-avvocato a svolgere l’attività professionale presso l’ufficio legale deve realizzarsi mediante il suo stabile inquadramento.

Costituiscono, poi, corollari di tali principi le ulteriori circostanze costituite dalla sostanziale estraneità del richiedente rispetto all’apparato amministativo-burocratico dell’Ente in posizione di indipendenza e di autonomia, con esclusione di ogni attività di gestione allo scopo di evitare qualsiasi rischio di condizionamento nell’esercizio della sua attività professionale

(Nel caso di specie, i requisiti della indipendenza e autonomia dell’avvocato, nonché la stabilità di destinazione e l’inamovibilità risultavano assicurati da apposita clausola contrattuale e dal regolamento dell’avvocatura comunale).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Salazar), sentenza del 31 dicembre 2016, n. 399

NOTA: In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Iacona), sentenza del 10 dicembre 2015, n. 188, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Neri), sentenza del 22 luglio 2015, n. 114, Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Vermiglio, Rel. Allorio), sentenza del 29 novembre 2012, n. 158, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Berruti), sentenza del 27 novembre 2009, n. 133, nonché Cassazione Civile, SSUU, sentenza del 19 ottobre 1998, n. 10367.

Elezioni COA: finalmente approvata la legge. Ora potranno votare anche i COA in prorogatio e quelli commissariati

Finalmente è stata approvata la legge per rinnovare i Coa.
A breve i colleghi romani (con quelli di tutti i Coa in prorogatio o commissariati) potranno tornare a fare sentire la loro voce.
Giudico pessimo il testo legislativo (così come il precedere regolamento già dichiarato illegittimo e la presupposta legge di riforma professionale), ma è opportuno ed utile votare rispetto al perdurante regime di proroga sine die.
Grazie sin da ora ai colleghi romani che ci sosterranno.

In allegato il testo legislativo che deve essere pubblicato ancora in GU: clicca qui per leggere il ddl-elezioni-approvato-comm-giustizia-camera

Ecco alcune note critiche sul testo che, comunque, ha il pregio di consentirci di ritornare al voto.

1) Il testo prevede ex lege l’esistenza di una minoranza, ma un conto è garantire i diritti della cd minoranza, dove questa esiste (ma sul punto non è garantito nulla, perché – per esempio – non sono state previste soglie di maggioranze più elevate per votazioni particolari et similia), altro è prevederla per legge anche nei consigli “pacificati”, dove i colleghi votavano compatti una unica aggregazione di candidati. Costoro per coprire tutti i posti… dovranno oramai inventarsi due liste (una di finta maggioranza e una di finta opposizione), perché così impone la legge… altrimenti basterebbe che un solo burlone votasse per se stesso è costui, anche con un solo voto, entrerebbe in Consiglio come minoranza tutelata!

2) Il testo consentirà la formazione di maggioranze diverse rispetto alla volontà elettorale.
Per esempio, nei Coa con 25 componenti, l’aggregazione vincente ne può fare eleggere al massimo 16.
I restanti 9 vanno comunque alla cd opposizione. Essendo la maggioranza prevista a 13 (la metà +1 dei 25), basterà ai perdenti “sfilare” alla aggregazione vincente i peggiori 4 candidati piazzati per ultimi, offrendo loro le 4 cariche (presidenza, vice presidenza, segreteria, tesoreria) per sovvertire l’esito elettorale.
Del resto, gli ultimi 4 peggio collocati nella aggregazione vincente, ben difficilmente potrebbero ambire ad una carica istituzionale e, dunque… l’appetito verrà mangiando!

3) Finalmente si voterà e siamo tutti felici. Ma l’iter di approvazione è stato lungo e complicato e, per i Coa in prorogatio e per quelli commissariati, il voto sarà utile per poco più di un anno perché poi, a gennaio 2019, voteremo nuovamente per riallineare la scadenza di tutti i Coa.
Gli iscritti saranno così chiamati a votare per due volte quasi consecutive (e tra l’una e l’altra voteranno anche per la Cassa ed i delegati del prossimi Congresso nazionale forense di Catania). Quanta disaffezione ci sarà da parte degli iscritti?
E quanti danari gettati per il complesso meccanismo elettorale sopratutto nei Coa più popolati dove le operazioni elettorali costituiscono anche un impegno economiche rilevante?
Non sarebbe stato oramai più logico anticipare la scadenza dei Coa eletti con un regolamento illegittimo (ma “fortunati”, perché nessun iscritto li ha portati dinanzi alle sezioni unite della cassazione, dove – subito dopo – sarebbero stati commissariati) ovvero prorogare di qualche mese quelli già in eterna prorogatio per l’inerzia ministeriale di riscrivere il regolamento?

La violazione del segreto professionale dopo la cessazione dell’incarico.

Il dovere di segretezza e riservatezza non cessa alla conclusione dell’incarico ma persiste anche dopo la conclusione dello stesso (Nel caso di specie, il professionista, assunto quale teste in altro giudizio, aveva riferito di fatti appresi nel corso del precedente mandato ed in particolare che la sua cliente fosse a suo dire “un po’ affetta da mania di persecuzione” e da “una sorta di compulsività maniacale”. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha ritenuto congrua la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di mesi due).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Merli), sentenza del 31 dicembre 2016, n. 395