Ancora in tema di abilitazione alla professione forense

Con ordinanza n. 4278 del 11.9.2014, la Sezione Terza del Tar di Roma si è nuovamente espressa in merito alla ben nota questione afferente la sufficienza del voto numerico nella valutazione delle prove scritte dell’esame per l’abilitazione forense, richiamando il consolidato orientamento della Sezione (ordd. 3680/2014; 8 novembre 2013, n. 4363; 7 novembre 2013, nn. 4324; 17 ottobre 2013, n. 4054; 29 agosto 2013 n. 3318) in merito all’insufficienza del solo voto numerico a palesare le ragioni del giudizio espresso sull’elaborato.

Il Tar, nel ribadire che qualora “..i criteri di valutazione elaborati dalla Commissione siano generici, il solo voto numerico non è sufficiente a palesare le ragioni del giudizio espresso sull’elaborato”, ha aggiunto un elemento decisamente innovativo, ossia il contrasto del solo voto numerico con le disposizioni di cui all’art. 46, co. 5, L. 247/2012 (nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense) ai sensi della quale “La commissione annota le osservazioni positive o negative nei vari punti di ciascun elaborato, le quali costituiscono motivazione del voto che viene espresso con un numero pari alla somma dei voti espressi dai singoli componenti”.

Seppur il riferimento a quanto previsto dall’art. 46 co. 5 della nuova Legge professionale sembra costituire un motivo ulteriore a sostegno dell’illegittimità dell’operato della Commissione, tant’è che nelle precedenti pronunce non v’è alcun riferimento a quanto previsto dalla nuova disciplina professionale, con il suddetto richiamo i giudici capitolini hanno “anticipato” l’entrata in vigore della legge 247/2012 che prevede l’obbligo di annotazione a margine degli elaborati a far data dalla sessione esami 2015 (art. 48 L. 247/2012).

Il riferimento alla L. 247/2012, tuttavia, non è rimasto isolato a livello giurisprudenziale seppure ad oggi appare il più diretto.

A riguardo, si ripropone un passo dell’ordinanza del 3.9.2014 del Tar Calabria, sede di Catanzaro, Sezione II, dove è stato affermato che “…la sopravvenienza di cui all’art. 46 permette di fondare un’interpretazione evolutiva costituzionalmente orientata della regola… Considerato che in tal senso può condividersi l’assunto in base al quale “con la riforma dell’ordinamento forense è stato quindi recepito il principio generale di origine comunitaria secondo cui l’accesso a una professione regolamentata deve essere subordinato a condizioni chiare e inequivocabili (v. art. 15, comma 1-d, del D.lgs. 26 marzo 2010 n. 59). Il possesso di un’adeguata preparazione teorico-pratica è certamente una condizione chiara e inequivocabile, ma perché la norma raggiunga il suo effetto le medesime caratteristiche devono essere presenti nel provvedimento che accerta la mancanza di preparazione e nega l’accesso alla professione. L’art. 46, comma 5, della legge 247/2012, evidentemente per non rendere troppo gravoso il lavoro di correzione, prevede un obbligo di motivazione attenuato, in quanto non esige un vero e proprio giudizio analitico, ma richiede che il voto trovi giustificazione nelle annotazioni a margine degli elaborati (correzione parlante). In altri termini, l’aspirante avvocato deve essere messo in grado di comprendere quali passaggi delle proprie argomentazioni siano stati ritenuti adeguati e quali invece criticati o giudicati erronei”.

I giudici calabresi, a fronte dell’inattuale vigenza dell’art. 46, hanno aggirato l’ostacolo prospettando un’interpretazione costituzionalmente orientata della disciplina attualmente vigente ritenendo che la mancanza di motivazione del «voto numerico» dei provvedimenti di non ammissione alle prove orali dei candidati partecipanti agli esami di abilitazione alla professione forense comporterebbe un difetto di trasparenza in contrasto con il principio di imparzialità che postula la conoscibilità e pubblicità delle scelte amministrative anche tecniche (art. 97 Cost.), nonché con il principio di uguaglianza e di pari dignità di tutti i cittadini di fronte all’esercizio del potere amministrativo (art. 3 Cost.).

Il Tar capitolino, invece, sembra aver recepito sin da subito i nuovi parametri motivazionali posti dall’art. 46 co. 5 L. 247/2012, ergendo la predetta disposizione sin da ora a parametro di legittimità dell’operato delle Commissioni d’esame, tant’è che nell’ordinanza cautelare del 11.9.2014, alla constatazione che gli elaborati sono stati valutati con il solo voto numerico, è immediatamente seguita quella della mancanza delle annotazioni sugli stessi previste dall’art. 46, comma 5, della legge 247/2012, contenente la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense.

Resta da vedere come si esprimerà il Consiglio di Stato.

Di certo, il riferimento diretto all’art. 46 co. 5 della L. 247/2012 urta con quanto pure previsto dall’art. 48 della riforma che prevede che ”fino al secondo anno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge, l’accesso all’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato resta disciplinato dalle disposizioni vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge, fatta salva la riduzione a diciotto mesi del periodo di tirocinio“.

Dunque, seppure la direzione di marcia è oramai tracciata, ad oggi sembra più aderente al quadro giuridico vigente seguire l’interpretazione fornita dal Tar Calabria e, dunque, pervenire agli stessi risultati in via interpretativa.

Rappresentanza di genere anticipata per gli Avvocati: dopo il sì del TAR nel merito interviene anche il Cons. St. in sede cautelare

Con ordinanza n. 4121/2014 resa all’esito della Camera di Consiglio del 16.9.2014, il Consiglio di Stato , Sezione Quarta, ha rigettato la domanda di sospensione dell’efficacia della sentenza n. 8681/2014 del TAR capitolino, Sezione terza, con la quale era stata annullata nel merito la delibera dell’Ordine degli Avvocati di Roma con la quale, ai sensi dell’art. 28 co. 6 L. 247/2012, era stato disposto il reintegro del quorum a seguito delle dimissioni di un Consigliere (che aveva optato per la Cassa forense) mediante il subentro del primo dei non eletti, anziche mediante lo svolgimento di elezioni suppletive.

I giudici del TAR avevano ritenuto d’immediata applicazione la nuova legge professionale (così smentendo la tesi, pure autorevolmente sostenuta dal Consiglio Nazionale Forense, della necessità del ricorso ad elezioni suppletive) anche nella parte in cui ha previsto il mantenimento del c.d.equilibrio di genere.

In definitiva: sì al subentro del primo dei non eletti, ma solo se di sesso femminile.

La Sezione Quarta del Consiglio di Stato torna sull’autotutela in materia urbanistica

Con la sentenza 4735/2014 depositata il 22.9.2014, la Sezione Quarta del Consiglio di Stato ribadisce opportunamente taluni noti principi in materia di autotutela con particolare riferimento alla materia urbanistica.

Secondo un preciso orientamento giurisprudenziale l’esercizio del potere di autotutela presuppone il riscontro della illegittimità dell’atto originariamente adottato al fine di ripristinare la situazione di legalità violata, oltre alla valutazione della rispondenza della rimozione dell’atto illegittimamente a suo tempo emesso all’interesse pubblico concreto ed attuale (cfr. Cons.Giust. Amm.Reg. Siciliana 21 aprile 2010 n.553; Cons. Stato Sez. VI 8 marzo 2012 n.1308; idem 3 marzo 2006 n.1023 ; 4 aprile 2008 n.1414) .

Tali condiciones iuris già fissate dalla giurisprudenza sono state peraltro espressamente prese in considerazione dal legislatore allorché, con la previsione di cui all’art.21 nonies introdotta alla legge n.241 del 1990, è stato formalmente contemplato l’istituto dell’annullamento d’ufficio.

Poiché nella fattispecie vi verteva in materia urbanistica, il Collegio ha precisato che la situazione di non conformità urbanistica del titolo edilizio rilasciato, in ragione della natura e consistenza dell’addebito mosso, e la imprescindibile necessità di adeguare lo stato dei luoghi derivante dall’utilizzazione del permesso di costruire al quadro normativo di riferimento, sono elementi che di per sé costituiscono ragione pienamente giustificativa per l’esercizio del potere di autotutela (Cfr. Cons. Stato Sez. VI n.1308/12 già citata), senza che sia necessario “dilungarsi“ su altri elementi di giudizio convergenti sulla determinazione di annullare quanto già autorizzato.

Il Collegio, infine, non ha positivamente apprezzato neppure una sorta di affidamento alla conservazione della concessione edilizia in contestazione quanto meno perché il provvedimento di autotutela è intervenuto a distanza di un anno e mezzo appena dalla data di avvenuto rilascio del titolo edilizio annullato, sicché non risulta sia trascorso quel più che notevole lasso di tempo, quale circostanza di fatto che la stessa giurisprudenza richiede per la sussistenza di una situazione di affidamento in capo al privato ( cfr Cons. Stato Sez. VI 2 ottobre 2007 n.5074).

In ogni caso, è il caso di far rilevare che la situazione di accertata non conformità urbanistico- edilizia costituisce un illecito permanente sì da imporre doverosamente l’intervento tutorio dell’Autorità preposta istituzionalmente ad esercitare il potere di vigilanza edilizia e senza che peraltro possa avere valenza alcuna, a fronte della illegittimità rilevata, il fatto che l’autorizzato intervento edilizio sia stato completato.