Il mancato, ritardato o negligente compimento degli atti inerenti al mandato professionale

Costituisce illecito disciplinare, per violazione dell’obbligo di adempiere esattamente al mandato professionale (art. 26 ncdf, già art. 38 codice previgente), la decadenza istruttoria che non trovi giustificazione alcuna in valutazioni di strategia processuale concordata con il cliente (Nel caso di specie, il professionista aveva omesso di citare dei testimoni, senza peraltro darne previa ed adeguata informazione al cliente. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha ritenuto congrua la sanzione disciplinare dell’avvertimento).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Secchieri), sentenza del 9 marzo 2017, n. 11

NOTA: In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Mascherin), decisione del 21 aprile 2011, n. 76, Consiglio Nazionale Forense (pres. Buccico, rel. Salimbene), sentenza del 1 ottobre 2002, n. 167.

IL NUOVO CODICE DEONTOLOGICO IN VIGORE DAL 15 DIC. 2014

E’ prevista per il 15 dicembre l’entrata in vigore del nuovo codice deontologico forense adottato dal CNF (nella seduta del 31. gennaio 2014 e pubbblicato sulla G. U. n. 241 del 16 ottobre 2014) in applicazione dei principi dettati dalla legge di riforma professionale forense (L. 247/2012: per leggerla, clicca su legge di riforma professione forense).

Il nuovo codice è suddiviso in sette titoli ed è composto di n. 73 articoli (principi generali artt. da 1 a 22, raporti con il cliente e con la parte assistita artt. da 23 a 37, rapporti con i colleghi artt. da 38 a 45, doversi dell’avvocato nel processo artt. da 46 a 62, rapporti con terzi e controparti artt. da 63 a 68, rapporti con le istituzione forensi artt. da 69 a 72, disposizione finale artt. 73).

La novità maggiore consiste nel recepimento del c.d. principio di tipizzazione della sanzione disciplinare e, dunque, per ciascuna possibile violazione deontologica è stata anche indicata la sanzione appplicabile (da 1 gennaio 2015 dalle neo istituite commissioni distrettuali di disciplina e non pià dai COA).

Leggi di seguito il testo del nuovo codice (clicca su nuovo codice deontologico); per completezza riportiamo anche il testo del codice non pià vigente dal 15 dicembre 2014 (clicca su vecchio codice deontologico).

Licenziamento collettivo – violazione delle procedure di cui all’art.4 L.223/1991.

Licenziamento collettivo – violazione delle procedure di cui all’art.4 L.223/1991.

La scelta imprenditoriale di ridurre il personale con azione collettiva, seppur incensurabile quale estrinsecazione della libertà di impresa tutelata dall’Art.41 Cost., prevede una procedimentalizzazione dei licenziamenti collettivi, con attribuzione del (potere di) controllo, ex ante, di tali operazioni alle organizzazioni sindacali, destinatarie di poteri di informazione e consultazione.
Il controllo giurisdizionale prima esercitato ex post anche sulle scelte imprenditoriali e sulla rispondenza al vero delle stesse, viene ridotto, per effetto della L.223/1991 al controllo della correttezza procedurale dell’operazione, con la conseguenza che non possono formare oggetto di cognizione ordinaria le censure che non integrino violazioni degli articoli 4 (violazione delle procedure) e 5 (violazione dei criteri di scelta) della Legge 223/1991.
In particolare l’art.4, modificato dalla Legge 92/2012, prevede che le imprese che intendano dar vita a licenziamento collettivi, debbano darne comunicazione scritta preventiva alle rappresentanze sindacali ed all’Ufficio Provinciale del Lavoro, con indicazione (i) dei motivi (tecnici, organizzativi, produttivi) che determinano la situazione di eccedenza, con riferimento ai singoli settori; (ii) del numero della collocazione aziendale e dei profili professionali del personale eccedente e di quello impiegato; (iii) dei tempi di attuazione del programma di riduzione del personale.
All’esito dell’eventuale esame congiunto, della convocazione presso l’Ufficio del Lavoro e decorsi i termini in mancanza di raggiungimento di un accordo, la procedura si ritiene conclusa, sicchè il datore di lavoro, ai sensi dell’art.5 L.223/1991 invia un elenco dei lavoratori interessati da licenziamento, scelti in base ai settori e criteri individuati in apertura di procedura.
Una recente sentenza della Suprema Corte ha stabilito che qualora nelle comunicazioni obbligatorie, di cui ai commi 3 e 9 dell’art. 4 della legge n. 223/1991, si faccia generico riferimento alla situazione generale del complesso aziendale, senza alcuna specificazione delle unità produttive da sopprimere, i licenziamenti intimati sono illegittimi per violazione dell’obbligo di specifica indicazione delle oggettive esigenze aziendali (Cass. 9 marzo 2015 n.4678).
Tale principio deve riguardare tutti i reparti oggetto di riduzione dell’organico, nel senso che se l’indicazione risulti specifica per alcuni reparti e indeterminata e generica per altri, la procedura di licenziamento collettivo può ritenersi viziata limitatamente ai soggetti appartenenti ai reparti in relazione ai quali difetti ogni indicazione nelle comunicazioni di apertura e chiusura delle procedura.