Osservatorio di giurisprudenza di Azione Legale – a cura del Consigliere Antonio Caiafa – 27 febbraio 2021

Amministrazione di sostegno.

Cass., 31 dicembre 2020, n. 29981 (all. n.1)

L’amministrazione di sostegno, ancorché non esiga che la persona versi in uno stato di vera e propria incapacità di intendere o di volere, nondimeno presuppone una condizione attuale di menomata capacità che la ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi mentre è escluso il ricorso all’istituto nei confronti di chi si trovi nella piena capacità di autodeterminarsi, pur in condizioni di menomazione fisica, in funzione di asserite esigenze di gestione patrimoniale, in quanto detto utilizzo implicherebbe un’ingiustificata limitazione della capacità di agire della persona, tanto più a fronte della volontà contraria all’attivazione della misura manifestata da un soggetto pienamente lucido.

La Suprema Corte è pervenuta a tale decisone escludendo che fosse sottoponibile ad amministrazione di sostegno un’anziana signora sul presupposto di una scarsa cognizione delle proprie possidenze patrimoniali, non paventata come conseguenza di una patologia psico-cognitiva, ma quale semplice effetto dell’organizzazione di vita già da tempo assunta e imperniata su una fiduciaria delega gestionale delle risorse alla figlia.

Conforme: Cass., Sez. Un., 26 luglio 2018, n. 19866.

Illecito disciplinare Magistrato.

Cass., Sez. Un., 30 dicembre 2020, n. 29823 (all. n.2)

La nozione di grave scorrettezza richiamata dall’art. 2, comma uno, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, nel rendere sanzionabili disciplinarmente i comportamenti del magistrato nei confronti delle parti, dei difensori, di altri magistrati e di chiunque abbia con esso rapporti nell’ambito dell’ufficio giudiziario, ha carattere elastico; pertanto, in funzione del giudizio di sussunzione dei fatti accertati nella norma che tipizza il predetto illecito, il giudice disciplinare deve attingere sia ai principi che la disposizione anche implicitamente richiama, sia a fattori esterni presenti nella coscienza comune, così da fornire concretezza alla parte mobile della disposizione che, come tale, è suscettibile di adeguamento rispetto al contesto storico sociale in cui deve trovare operatività. Ne consegue che è stato ritenuto violato il dovere di correttezza gravante sul magistrato dall’inosservanza di quelle regole di civile comportamento che devono connotare i rapporti sociali (regole di educazione, lealtà, onestà intellettuale e pratica, convenienza sociale) e la cui osservanza è volta, nello specifico, a preservare, anzitutto, le relazioni interpersonali nel rispetto della diversità dei ruoli e, con esse, il buon andamento dell’ufficio giudiziario e la sua stessa unitarietà funzionale, essendo dato di comune esperienza quello per cui, sul profilo oggettivo del servizio, si riverbera, in modo virtuoso, il corretto svolgimento delle prime.

Conforme: Cass., Sez. Un., 27 novembre 2019, n. 31058.

L’attestazione di conformità della procura alle liti.

Cass., Sez. Un., 21 dicembre 2020, n. 29175 (all. n.3).

Nel giudizio in cassazione, la mancanza dell’attestazione di conformità della procura alle liti notificata unitamente al ricorso a mezzo PEC ai sensi dell’art. 3 bis, della legge n. 53 del 1994, non comporta l’inammissibilità per nullità della notificazione, venendo in rilievo, nell’attuale contesto di costituzione mediante deposito di fascicolo cartaceo, una mera irregolarità sanata dal tempestivo deposito del ricorso e della procura in originale analogico, corredati dall’attestazione mancante.

Conformi: Cass., Sez. Un., 25 marzo 2019, n. 8312; Cass., Sez. Un., 24 settembre 2018, n. 22438; Cass., Sez. Un., 27 aprile 2018, n. 10266.

Cancellazione della società dal Registro delle Imprese.

Cass., Sez. Un., 18 dicembre 2020, n. 29108 (all. n.4)

Il principio secondo il quale, per effetto dell’estinzione di una società di persone conseguente alla sua cancellazione dal Registro delle Imprese, l’oggetto della successione dei soci, in regime di contitolarità o di comunione indivisa, è limitato ai diritti e beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, mentre non si estende alle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, né ai diritti di credito ancora incerti o illiquidi la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), trova applicazione, con riguardo ai crediti risarcitori da illecito extracontrattuale, solo nell’ipotesi in cui la società, al tempo della cancellazione, fosse in grado, con l’ordinaria diligenza, di avere conoscenza non solo del danno ma anche del fatto illecito e della derivazione causale del primo dal secondo, mentre non opera nella contraria ipotesi in cui, pur essendovi già la percezione del pregiudizio economico, non era stata ancora accertata la sua riconducibilità al fatto illecito del terzo; ciò in quanto il fondamento del detto principio si ravvisa nella presunzione di una volontà dismissiva della società che non può prescindere dalla conoscenza o conoscibilità del diritto rinunciato.

Conforme: Cass., 19 luglio 2018, n. 19302.

Elezioni rinnovo Consiglio dell’Ordine.

Cass., Sez. Un., 18 dicembre 2020, n. 29106 (all. n.5)

Il reclamo proponibile, ai sensi dell’art. 28, comma due, della legge n. 242 del 2012, avverso i risultati delle elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati si caratterizza, quale azione popolare, per la legittimazione diffusa, sia pure riferita agli iscritti all’albo, ed a carattere neutro – siccome riconosciuta indipendentemente dalla configurazione di una ulteriore, specifica situazione sostanziale qualificata in favore dell’istante – prevista dal legislatore allo scopo di tutelare l’interesse pubblico al corretto funzionamento del sistema democratico-rappresentativo dei Consigli degli Ordini degli Avvocati. Ne consegue, da un lato, l’ammissibilità di una proposizione della domanda in forma collettiva, da parte di più Avvocato con un unico atto e, dall’altro, la non configurabilità di un conflitto di interessi tra i reclamanti medesimi, risultando irrilevanti le ragioni soggettive sottese all’azione.

Conforme: Corte Cost., 73/2001; Cass., 20 maggio 2006, n. 11893

Cartella esattoriale notificata al socio senza previa escussione della società.

Cass., Sez. Un., 16 dicembre 2020, n. 28709 (all. n.6)

In tema di riscossione ed esecuzione a mezzo ruolo di tributi il cui presupposto impositivo sia stato realizzato dalla società e la cui debenza risulti da un avviso di accertamento notificato alla società e da questa non impugnato, il socio può impugnare la cartella notificatagli eccependo tra l’altro la violazione del beneficio di preventiva escussione del patrimonio sociale. In tal caso, se si tratta di società semplice o irregolare incombe sul socio l’onere di provare che il creditore possa soddisfarsi in tutto o in parte sul patrimonio sociale; se si tratta, invece, di società in nome collettivo, in accomandita semplice o per azioni, è l’amministrazione creditrice a dover provare l’insufficienza totale o parziale del patrimonio sociale, a meno che non risulti “aliunde” dimostrata in modo certo l’insufficienza del patrimonio sociale per la realizzazione anche parziale del credito, come, ad esempio, in caso in cui la società sia cancellata. Hanno ritenuto i Giudici di legittimità, in ragione dell’enunciato principio, che qualora l’amministrazione provi la totale incapienza patrimoniale, il ricorso andrà respinto; mentre se, il coobbligato beneficiato provi la sufficienza del patrimonio, il ricorso deve essere accolto ed hanno aggiunto che qualora la  prova della capienza sia parziale, il ricorso non potrà che essere accolto negli stessi limiti.

Qualora poi nessuna prova venga data, in ragione dell’applicazione della regola suppletiva posta dall’art. 2697 cod. civ., il ricorso sarà accolto o respinto, a seconda che l’onere della prova gravi sul creditore, o sul coobbligato sussidiario.

Conformi: Cass., 27 febbraio 2017, n. 4959; Cass., 15 luglio 2005, n. 15036.

Procedimento disciplinare Avvocato.

Cass., Sez. Un., 10 dicembre 2020, n. 28176 (all. n.7)

In materia di procedimenti disciplinari a carico degli Avvocati, il Consiglio Nazionale Forense, nel confermare la sentenza di primo grado, quanto al giudizio di colpevolezza dell’incolpato, può integrare la motivazione di prime cure, anche d’ufficio, senza violare il principio del contraddittorio purché essa sia radicata nelle risultanze acquisite al processo e contenuta entro i limiti del devolutum, quali risultanti dall’atto di impugnazione.

A tale conclusione la Corte è pervenuta ritenendo esente da critiche la sentenza del Consiglio Nazionale Forense che si era limitata ad esplicitare la scarna motivazione per relationem facendo proprie le argomentazioni del Tribunale penale a sostegno della condanna ed ha evidenziato, però, che il compendio istruttorio penale ritualmente acquisito al processo disciplinare non era stato confutato da richieste istruttorie dell’incolpato.

Conforme: Cass., Sez. Un., 11 aprile 2003, n. 5715.

Termine utile per la rinuncia al ricorso in Cassazione.

Cass., Sez. Un., 10 dicembre 2020, n. 28182 (all. n.8)

Nel giudizio di cassazione, il ricorrente può rinunciare al ricorso, ai sensi dell’art. 390 cod. proc. civ., fino a quando non sia cominciata la relazione all’udienza, o sino alla data dell’adunanza camerale, o finché non gli siano state notificate le conclusioni scritte del Procuratore generale nei casi di cui all’art. 380 ter, cod. proc. civ.

In caso di rinuncia tardiva l’atto, benché invalido, esprime tuttavia in modo univoco la sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente alla decisione, con conseguente sopravvenuta inammissibilità del ricorso.

Conforme: Cass., Sez. Un., 24 dicembre 2019, n. 34432.

Espressioni sconvenienti ed offensive.

Cass., 7 dicembre 2020, n. 27935 (all. n.9)

Il provvedimento di cancellazione delle espressioni sconvenienti od offensive ha funzione meramente ordinatoria, avendo rilievo esclusivamente nell’ambito del rapporto endoprocessuale tra le parti, ed ha contenuto di puro merito, sicché della relativa contestazione non può farsi questione dinanzi al giudice di legittimità.

Conforme: Cass., 28 aprile 2017, n. 10517.

Giudizio disciplinare dell’Avvocato: termine per impugnare.

Cass., Sez. Un., 4 dicembre 2020, n. 27773 (all. n.10)

In tema di giudizi disciplinari nei confronti degli Avvocati, ai sensi dell’art. 36, commi quattro e sei, della legge n. 247 del 2012, in deroga al combinato disposto degli artt. 285 e 170 cod. proc. civ., il termine di trenta giorni per impugnare la sentenza del Consiglio Nazionale Forense decorre dalla notifica della stessa a richiesta d’ufficio eseguita nei confronti dell’interessato personalmente, considerato che non ricorre qui la “ratio” della regola generale della necessità della notifica al difensore, in quanto il soggetto sottoposto a procedimento disciplinare è un professionista il quale è in condizione di valutare autonomamente gli effetti della notifica della decisione, dovendosi, peraltro, eseguire la notificazione alla parte presso l’Avvocato domiciliatario, secondo le regole ordinarie, e non direttamente alla parte, le volte in cui il professionista incolpato decida di non difendersi personalmente ma di farsi assistere da un altro Avvocato, eleggendo domicilio presso il medesimo o presso un terzo Avvocato.Conforme: Cass., Sez. Un., 23 luglio 2018, n. 19526

Federico Bocchini

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